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I LUOGHI DELLA RESISTENZA ACERRANA

Monito agli oppressori Incitamento agli oppressi

così recita la stele ricordo posata nell’ottobre del 1975 e dettata da Eustachio Paolicelli, sulla scorta di una lapide presente nella sua Matera, anch’essa a ricordare la resistenza dei cittadini materani al nazifascismo.

La posa della stele in piazza Angelo Soriano, meglio conosciuta come Parco Gravina, fu uno dei momenti di una grande manifestazione organizzata dal periodico locale “Il Quartiere” per il Trentennale della Resistenza.

Fu proprio grazie al lavoro di Eustachio Paolicelli e del gruppo di studiosi che lo coadiuvavano nel progetto de “Il Quartiere”, che nel 1975 fu fatta una prima ricostruzione della Resistenza ad Acerra, con la pubblicazione della relazione sugli avvenimenti accaduti ad Acerra tra settembre e ottobre dell’anno 1943 dell’allora Commissario Prefettizio Carlo Petrella, inviata al Comando Alleato Angloamericano di Afragola. In quello stesso anno, anche la curia pubblicò “Acerra nel turbine della guerra”, un estratto della cronaca diocesana redatta da Mons. Nicola Capasso, vescovo di Acerra nel 1943. Altre testimonianze sui fatti accaduti ad Acerra in quei mesi, furono raccolte da Tommaso Esposito nello  scritto “A 40 anni dall’Eccidio”,  pubblicato nel 1983.

L’ultima pubblicazione sui fatti relativi alla Resistenza acerrana, dal titolo “Acerra, ottobre 1943. Il Diario”, raccoglie la testimonianza del Tenente Colonnello Nicola Finaldi, a cura del Centro di Cultura “Acerra Nostra” – onlus che, in occasione del 70° anniversario dell’Eccidio, organizzò diversi momenti commemorativi, confluiti, oltre che nella succitata pubblicazione, anche in una mostra e nel ricordo del Colonnello Michele Ferrajolo, nelle scuole acerrane. 

Ma veniamo al racconto dei fatti e dei luoghi in cui avvennero.

Dopo l’8 settembre, data dell’armistizio di Cassibile, con cui l’Italia proclamò la resa incondizionata agli Alleati, l’Italia cadde sotto l’occupazione tedesca e cominciò la Resistenza nella guerra di liberazione italiana contro il nazifascismo. 

Il prefetto Petrella scriveva nella sua relazione “Già nel settembre scorso, i barbari, durante il coprifuoco, sparavano all’impazzata contro chiunque, commettendo soprusi e terrorizzando, così, la popolazione, che era costretta a rinchiudersi nelle proprie abitazioni sin dalle prime ore del tramonto.” 

Il primo luogo che incontriamo nella narrazione della Resistenza è l’ex carcere sito in via Valio, dove avvenne, il 12 settembre, il primo scontro tra acerrani e soldati tedeschi, così come racconta Finaldi nel suo diario, «quando quattro tedeschi ben armati si recarono in via Domenico Soriano per accedere al locale carcere e impossessarsi dell’auto di Paolo Russo Spena, custode del carcere. Intervennero i carabinieri con il loro maresciallo, comandante della stazione di Acerra e il tenente Minicio, comandante del presidio militare di Acerra, nonché di alcuni volenterosi. Non ci fu balcone, finestra, terrazzo, solaio, senza uomini armati alla meno peggio; fu veramente una scena da non dimenticare. Qui si vede la volontà degli acerrani di cacciare a qualunque costo il tedesco da Acerra. I tedeschi, messi alle strette, rinunciarono alla loro missione e si recarono, sempre sorvegliati a vista, in Via Roma, per prelevare poi l’auto di proprietà di Picardi Cuono».

Ci spostiamo quindi in un altro luogo della nostra città, via Roma, dove, come scrive sempre Finaldi «si verificò lo stesso fatto di via Soriano. I tedeschi, circondati dagli acerrani e da due carabinieri, furono costretti a consegnarsi a noi, dopo una breve sparatoria, nella quale un tedesco fu ferito al capo da un nostro compaesano: Ferdinando Goglia».

Un luogo che ricorre spesso nella narrazione della Resistenza è la ferrovia, dove avvenne l’omicidio della quindicenne Gilda Ambrosino, così come raccontato sia dal Finaldi sia dal Prefetto Petrella, che scrive «dal giorno 15 settembre incominciavano gli svaligiamenti. In questo giorno, infatti, soldati tedeschi aprivano alcuni carri ferroviari, invitando i presenti ad asportare roba», Finaldi racconta essere legna.

Petrella continua, narrando che «ben presto, però accorreva un ingente numero di persone le quali, dietro invito dei soldati teutonici, si riversavano nei carri appropriandosi di tutto ciò che in essi v’era. Ma la ferocia innata prevaleva subito, in quanto, i soldati, dopo aver fotografata più volte la scena, sparavano prima in alto e poi contro la folla, trucidando la giovinetta Ambrosino Gilda».

In città ormai i tedeschi sapevano benissimo che tutto il popolo gli era contro. I cittadini iniziarono ad organizzare gruppi armati e di lotta in modo clandestino, con un unico obiettivo: cacciare i tedeschi da Acerra. 

Il 29 settembre 1943, un gruppo di cittadini si incontrò alla ferrovia perché avevano saputo che in alcuni vagoni vi erano dei fucili. 

Il giorno dopo, il 30 settembre, ritornarono alla stazione per prelevare, con l’aiuto del capostazione, diciannove casse, per un totale di quasi 200 fucili.  Finaldi racconta che queste armi «furono depositate in un giardino dell’attuale Via Zara, era allora un viottolo di campagna e via dei Mille non esisteva, per cui dovemmo percorrere via Castaldi e un tratto di via Marconi, per inoltrarci nel viottolo con molto rischio per il pattugliamento continuo dei soldati tedeschi».  Mancavano però le munizioni. 

Ma non vi fu tempo di recuperarle, perché verso le otto del mattino del 1° ottobre, i tedeschi invasero Acerra, il Prefetto Petrella, nella sua relazione:  «Ma il culmine della ferocia si raggiungeva al mattino del 1° ottobre, quando si osservarono gli incendi nelle abitazioni» e continua «con cinismo inaudito, mentre gli edifici bruciavano e la popolazione si disperava innanzi alle rovine delle loro case, i soldati addetti a questi atti vandalici e di prepotenza, accompagnandosi con chitarre, cantavano, deridendo i colpiti e sparando contro gli uomini che cercavano di sfuggire alle razzie». Anche Finaldi e Mons. Capasso, l’allora vescovo di Acerra, riportano nei loro diari questi avvenimenti, riferendo la stessa ferocia e violenza. Mons. Capasso scrive che «mentre nessuno se lo aspettava, venne un plotone di soldati tedeschi su un camion dalla parte di Pomigliano: era la masnada, specializzata negli assassinii, che doveva trasformare Acerra in un rogo fumante. Cominciarono innanzitutto col dare la caccia spietata agli uomini di qualunque età e condizione» e continua descrivendo «il cielo rosseggiare e coprirsi di dense nuvolaglie: si ebbe la sensazione di quello che avveniva lontano, l’incendio dei palazzi da parte dei soldati». 

Il Prefetto, nella descrizione dei fatti di quel giorno, descrive anche tanti luoghi interessati da quei tragici avvenimenti. Petrella narra che «In piazza Castello si presentavano alcuni soldati tedeschi armati fino ai denti, i quali, dopo di aver fermati alcuni innocenti passanti, entravano nella Chiesa di S. Maria del Suffragio, ripiena di fedeli che ascoltavano la Santa Messa. Questi, alla vista degli Unni, abbandonavano il luogo sacro, mente il parroco (don Tommaso Carfora) continuava la funzione. Ma i barbari, indignati forse per questo, strappavano il sacerdote dall’Altare, portandolo con loro a viva forza. Alla uscita della Chiesa, nella piazza anzidetta, un soldato italiano addetto all’Ospedale Militare (attuale plesso scolastico di Piazzale Renella), nonostante portasse il bracciale con la Croce-Rossa, veniva malmenato e a lui imponevano, con i fucili mitragliatori impugnati, di avviarsi verso il concentramento dei razzisti che era in piazza S. Pietro». 

Mons. Capasso, presente anch’egli a Piazza San Pietro, sedutosi di fianco al parroco don Tommaso, al farmacista e al medico e gli altri prigionieri, racconta che verso le 13, la razzia finì, lui fu riconosciuto dal cappello con il fiocco e dalla croce e fu liberato mentre gli altri detenuti, circa 200, furono condotti a Caivano. 

In questo stesso giorno furono posizionate dai tedeschi mine presso il Molino Chirico (sostituito dal palazzo del Banco di Napoli al corso Italia) e la cabina elettrica (sostituita dal palazzo che fa angolo tra Via Calzolaio e Via Zara). Queste mine saranno disinnescate il giorno dopo da un valoroso acerrano. 

Il 2 ottobre, un gruppo di giovani acerrani impugnò le armi per ricacciare i tedeschi. Mons. Capasso scrive che «s’impadronirono d’un sidecar pieno di benzina e di caffè liquido, ferendo il tedesco che lo guidava, dopo ch’ebbe attraversato i binari della ferrovia, al corso Garibaldi, dirigendosi verso Pomigliano». Finaldi descrive anch’egli quel fatto nel suo diario: «I nostri ebbero il sopravvento, mettendo in fuga i tedeschi, dei quali uno rimase ferito. Questo fu il segnale della rivolta. Migliaia di persone, dico migliaia, me compreso, uscirono dalle case armati alla meglio con le armi che si erano nascoste in precedenza , altre prelevate dalla caserma dei carabinieri, nonostante l’opposizione del maresciallo».

Anche Petrella racconta un altro episodio di rivolta dei cittadini contro i tedeschi, avvenuto il giorno 2 ottobre, infatti scrive «Un commerciante di patate, di notevole importanza, dopo essere stato completamente spogliato del danaro e dell’oro che possedeva, e dopo essere stato costretto ad imbandire un succulento simposio, durante il quale gli unni bevevano a crepapelle, veniva ucciso col nipote e colla domestica, e poscia buttato tra le fiamme della sua casa poco prima incendiata. Ma alcuni animosi cittadini, stanchi di osservare questo spettacolo terrificante, organizzarono subito una reazione. I teutonici, costretti dalla fucileria e del lancio di bombe a mano dei reazionari, si ritiravano in una strada dove distruggevano quasi completamente le abitazioni adiacenti». 

Finaldi continua il suo racconto della rivolta del 2 ottobre, descrivendo poi la reazione dei tedeschi al moto insurrezionale degli acerrani: «All’improvviso fummo bersagliati dal tiro della mitragliatrice nemica al passaggio al livello del corso Garibaldi. La nostra resistenza fu accanita ed il nemico vistosi minacciato di accerchiamento rispiegò verso via Diaz. […] Nello stesso tempo in cui comparve la mitragliatrice al passaggio al livello, si vide apparire al corso Vittorio Emanuele III, oggi corso della Resistenza, un’autocarretta con alcuni soldati tedeschi a bordo, che ripiegò dopo aver visto che il corso era popolato da insorti. Questi due avvenimenti non fecero altro che aumentare l’orgoglio e il coraggio dei rivoltosi, però fu anche prova di forza per i tedeschi, che decisero di ritornare con i carri armati, vomitando fuoco con tutte le armi di bordo, persino col cannoncino».

Il primo carro armato tedesco provenne da via Diazattraversò corso Garibaldi e raggiunse altri due carri, provenienti dal corso della Resistenza, verso piazza San Pietro.  Petrella scrive «iniziavano un nutrito e continuato cannoneggiamento e mitragliamento di tutti gli edifici a vista, costringendo la popolazione a ricoverarsi in improvvisati nascondigli» e Finaldi aggiunge che «i tedeschi divennero ben presto padroni della situazione e sfogarono la loro ira con chiunque, donne, vecchi, giovani, bambini. Furono commesse atrocità più impensate». 

Tutto questo con le truppe angloamericane, che avevano già occupato Pomigliano d’Arco, bloccate al ponte della Portella, fatto saltare in aria proprio dai tedeschi.

Nella giornata del 3 ottobre, aiutati dai contadini della zona con mezzi di fortuna nel ricostruire un ponte sui lagni, le truppe angloamericane arrivarono in città e trovarono davanti a sé  200 palazzi incendiati con quasi 2000 sfollati, oltre 100 vittime, tra cui tanti bambine, donne e anziani e tantissimi animali uccisi. Mons. Capasso scrisse  che «la popolazione si riversò nelle strade incontro ad essi, come a salvatori, applaudendo freneticamente. Lo stesso pomeriggio e la notte si ebbero i primi violenti scontri tra tedeschi e americani: questi erano accampati a via Madonna delle Grazie, presso il palazzo scolastico e l’Ospizio di Sant’Anna».

Furono raccolti i cadaveri, portati al cimitero, furono liberate le strade e le stalle dalle carcasse degli animali uccisi. 

Finaldi descrive la Resistenza ad Acerra come «una fiammata di rivolta popolare che si spense rapidamente, perché ciascuno fu messo davanti a problemi terribili di sopravvivenza, in una lotta impari e senza speranza. Per la tempestività del nemico, non si ebbe tempo di dar vita a gruppi organizzati, però è da ammirare il coraggio e la volontà degli acerrani dimostrata nel ribellarsi, anche senza armi, all’oppressione tedesca». 

Coraggio e volontà riconosciuti dallo Stato Italiano, che conferì con il DPR del 17/06/1999, a firma del Presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi, l’onorificenza di Medaglia d’Oro al merito civile con la seguente motivazione:

«All’indomani dell’armistizio, oggetto di una spietata e sanguinosa reazione dell’occupante tedesco che aveva passato per le armi numerosi civili, tra cui anziani donne e fanciulli, e incendiato gran parte dell’abitato e delle infrastrutture, affrontava con fierezza le più dure sofferenze e intraprendeva, poi, con gran coraggio e generoso spirito di solidarietà, la difficile opera di ricostruzione» — settembre-ottobre 1943

Quella medaglia spicca scintillante sul gonfalone della nostra città, a ricordarci che siamo quello che siamo grazie al sacrificio di quegli uomini, donne e bambini.

Arch. NUNZIA ALBANESE

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