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La psicologia del sorriso

Cosa significa sorridere? Perché lo facciamo? Cosa vedono gli altri nel nostro sorriso?

Il sorriso è forse una delle più potenti armi di persuasione e seduzione del genere umano, uno strumento che permette di trasmettere ottimismo, simpatia, approvazione, complicità. Molti di noi sottovalutano il sorriso, ma esso trasmette molto di più, perché svela le nostre emozioni in tutta la loro limpidezza, appaga lo sguardo di coloro che le ricercano e che sicuramente risponderanno con un loro sorriso. Reso possibile dai muscoli facciali, il sorriso appartiene alla categoria dei gesti primari innati ed ha come unico scopo la comunicazione. Il messaggio di relazione che indica calore e disponibilità, giunge all’interlocutore nella sua pienezza solo quando il sorriso non mostra elementi di incongruenza con i diversi e simultanei messaggi extra-verbali di altre parti del corpo.Diversi sono i parametri per capirne la sincerità: le risate spontanee sono tempestive, brevi, simmetriche, ma soprattutto non coinvolgono solo i muscoli della parte bassa del viso, ma anche quelli intorno agli occhi. Dal più forzato al più vero, conoscere i diversi tipi di sorriso, aiuta a capire le proprie emozioni e quelle degli altri. Ogni persona è, infatti, in grado di comprendere il sorriso e i sentimenti che comunica, infatti esso può essere naturale quando siamo di buon umore, oppure forzato, quando invece ci sentiamo tristi.

Sono state identificate 6 tipologie di sorriso a seconda di quali muscoli delle labbra, delle guance o del viso, vengono coinvolti.

Il SORRISO FALSO: è il tipico sorriso forzato, di cortesia, meccanico, che coinvolge solo i muscoli delle labbra, che vengono tirate per mostrare i denti.

 Il SORRISO COMPIACIUTO: è un sorriso che esprime soddisfazione per noi stessi. Le labbra, che rimangono quasi chiuse, vengono tirate leggermente da una parte, conferendo al volto un aspetto lievemente asimmetrico.

Il SORRISO DI INCORAGGIAMENTO E ASCOLTO: serve ad incoraggiare il nostro interlocutore e a comunicargli la nostra piena attenzione. È un sorriso appena accennato, quasi sempre a bocca chiusa, che non coinvolge la parte superiore del volto.

Il SORRISO ASIMMETRICO: questo sorriso fa sì che le labbra vadano da un lato verso l’alto e dall’altro verso il basso e può essere manifestazione di diverse emozioni che vanno dall’ansia al sarcasmo, fino addirittura all’ironia o all’incoraggiamento.

Il SORRISO A BOCCA CHIUSA: è la manifestazione di accoglienza cordiale che viene naturalmente riservata alle persone con le quali non si ha confidenza. In contesti diversi può celare una certa timidezza o un senso di paura o di rabbia repressa.

Il SORRISO GENUINO O SORRISO DI DUCHENNE: definito il sorriso sincero, è breve, simmetrico e coinvolge labbra e occhi. Quando si sorride, il cervello rilascia endorfine, sostanze che agiscono come antidolorifici naturali e inducono una sensazione di calma e tranquillità.

Quando incontriamo qualcuno che conosciamo, ancora prima di salutare, gli sorridiamo: si tratta di una reazione del tutto spontanea, un’espressione silenziosa eppure molto chiara di ciò che sentiamo in quel momento, qualcosa che sorge in noi senza pensarci. Persino i neonati usano il sorriso come forma di comunicazione; già dopo la seconda settimana di vita, i bambini rispondono con un sorriso alla voce dei genitori, mentre dalla sesta settimana iniziano a farlo anche quando vedono il viso della madre. Tutto ciò dimostra che il sorriso, oltre ad essere uno dei primi strumenti che utilizziamo per comunicare le nostre emozioni, ha una funzione sociale.

Un team di psicologi e neuroscienziati della Cardiff University, della University of Glasgow e della University of Wisconsin-Madison, ha analizzato le caratteristiche del cosiddetto sorriso sociale, il sorriso involontario frutto delle nostre relazioni con gli altri, classificandone 3 tipi:

  • Il sorriso di gratificazione, che esprime l’apprezzamento nei confronti di ciò che ha detto o fatto un’altra persona. È il tipo di sorriso che scatta quando ascoltiamo una battuta, una barzelletta o quando assistiamo ad uno scherzo;
  • Il sorriso di affiliazione, attraverso cui esprimiamo vicinanza emotiva e comprensione a chi abbiamo davanti. Lo adottiamo, ad esempio, quando confortiamo un amico in difficoltà o mentre diamo un consiglio;
  • Il sorriso di superiorità, con cui indichiamo la posizione nella gerarchia sociale. È il sorriso che possiamo cogliere sulle labbra di un manager durante una riunione con i propri sottoposti o su quelle di un fratello maggiore mentre mostra orgoglioso un disegno ai propri genitori, sicuro di essere stato più bravo del fratello minore.

In molti confondono il ridere con il sorridere, non sanno la reale differenza e pensano addirittura che siano due sinonimi della stessa azione, ma non è così, sono due cose totalmente differenti. Partiamo dal ridere: è una reazione emotiva ad una situazione estemporanea, si ride per una battuta, per una barzelletta, per una azione goffa o una figuraccia di qualcuno/a. Solitamente viene emesso un sonoro differente da persona a persona. Ridere può essere indotto chimicamente per esempio con il gas esilarante o meccanicamente con il solletico. Si ride anche per tristezza o rabbia e in tal caso viene definita risata nervosa. Sorridere è invece un qualcosa di silenzioso che coinvolge fisicamente la bocca e gli occhi e non si può meccanicamente o chimicamente far sorridere, in quanto il sorriso viene dall’interiorità della persona.

Concludendo, Oscar Wilde scriveva : “Se vuoi dire la verità alla gente, falla ridere, altrimenti ti uccideranno”. Un aforisma assolutamente vero, nel contesto di un mondo che cerca mezzi per trovare entusiasmo nell’esistenza quotidiana e qualcosa di positivo anche nelle realtà difficili.

Dott.ssa Anna Montano – Psicologa

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