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Lettera aperta ai Responsabili della vita pubblica acerrana

Fate rivivere la piazza!

In questi ultimi mesi, l’attenzione della popolazione italiana è continuamente richiamata al tema della presenza sul territorio nazionale di un numero sempre crescente di stranieri, soprattutto di origine africana; sembra che la nostra società nazionale non debba confrontarsi con altro problema che quello della immigrazione. Purtroppo chi sta determinando tale situazione colpevolmente dimentica che, non da oggi, è l’economia l’ambito proprio del confronto politico, della gestione degli Stati e che, quindi, la questione dei flussi migratori non è questione a sé ma effetto della politica economica condivisa ormai da quasi tutti gli Stati (se solo si volesse spolverare uno dei più elementari principi fisici appresi a scuola, ci si renderebbe conto che, come per i “vasi comunicanti”, se si mettono in collegamento più realtà, queste tendono ad uniformarsi).
Questa asfittica visione del pur evidente problema della immigrazione oltre a impostare male la questione nella ricerca di forme gestionali adeguate ha anche conseguenze sul piano culturale, sulla condivisione dei valori che sono gli elementi costitutivi della cittadinanza e che guidano le scelte dell’economia. Di qui il clima di intolleranza che sta calando sulla vita sociale italiana e, ahimè, anche acerrana.
Per contrastare tale montante opinione pubblica, nei giorni scorsi l’associazione “Libera” ha organizzato una giornata di mobilitazione al motto “resto umano”. Analogamente un gruppo di concittadini hanno provato ad organizzare ad Acerra un momento pubblico di riflessione proprio mentre per le nostre strade la questione si palesava in termini di disagio e di intolleranza.
La richiesta avanzata dagli organizzatori di questo appuntamento pubblico si è scontrata, però, con le esigenze regolamentari dell’uso degli spazi pubblici per manifestazioni. Conseguenza di tale conflitto è stato il ripiegamento della manifestazione pubblica in uno spazio privato (l’assemblea si è svolta negli ambienti de “La casa dell’umana accoglienza”).
Non è stato questo il primo caso di rifiuto opposto soprattutto dalla Polizia locale all’uso delle piazze per manifestazioni politiche (mi riferisco a iniziative non di parti politiche ma a adunanze di ampio e coinvolgente significato politico).
In ragione di ciò mi permetto di richiamare la Loro attenzione sulla pericolosità di tale atteggiamento della Pubblica Amministrazione sulla percezione e sulla espressione della “cittadinanza”.
La “democrazia”, valore a tutti caro e del quale tutti andiamo fieri, nacque nella “agorà”, nella “piazza”.
Da sempre la “piazza” è metafora di attività della massa, di pubblica opinione, di politica. Essa è il luogo di confronto sulle diverse visioni della vita sociale. Purtroppo è invalsa la tendenza ad espropriare la piazza (e quindi la massa) di questa funzione propulsiva della vita pubblica e ad assegnare ad essa una funzione diversiva: luogo di svago, di raduno per spettacoli. Nel giro di pochi decenni tale visione si è tanto radicata da condizionare scelte urbanistiche e amministrative al punto che sembra quasi strano che in piazza si faccia politica, ci si confronti su idee, su valori. A tale lettura riduttiva della vita pubblica rinvia la scelta di chiedere ad organizzatori di manifestazioni politiche la quantificazione dei partecipanti, il piano di fuga e cose simili che di fatto uniformano l’esercizio politico, quello della libera espressione delle idee a spettacoli, a forme di intrattenimento.
Converrete che non è molto saggio coartare o, peggio, inibire la capacità critica, soprattutto dei giovani. Da ormai ex docente, permettetemi di esprimere la mia avversità per una tendenza culturale che va proprio nel senso contrario a quello di “cittadinanza” che, per conto dello Stato, da insegnante per decenni ho avuto il compito si suscitare negli allievi. Proporre una visione della vita pubblica impostata sul divertimento, sul disimpegno è esattamente contraddittorio con l’educazione alla democrazia, alla partecipazione.  Pur convenendo con tutte le esigenze di incolumità delle persone, con la preoccupazione per le responsabilità che ricadono su chi questa deve garantire, credo si debbano primariamente favorire la vita politica, il pubblico confronto sugli indirizzi della vita sociale.
Le pubbliche istituzioni hanno vari compiti (amministrativi, gestionali, repressivi, economici) ma non secondario tra essi è quello educativo, della cura dei valori fondativi della civile convivenza.

E ciò soprattutto verso la generazione che inizia a prendere coscienza di tali relazioni pubbliche.  Si dirà che questa nostra età che si è messa alle spalle le ideologie è caratterizzata dall’affermazione dell’individuo. È vero. Ma c’è da intendersi. Se si assolutizza l’individuo si annulla il contesto comunitario a cui esso è legato. Affermazione dell’individuo può e deve significare, invece, presa di coscienza da parte dell’individuo di essere il soggetto dell’azione politica, della sua responsabilità circa la vita della comunità. Se indirizziamo i giovani unicamente secondo una visione edonistica, di esercizio di ricchezza (vera o presunta) e non alla coscienza di essere parte di una comunità non dobbiamo poi lamentarci dell’oscuramento di valori quali la solidarietà o il senso civico, se nel 2017 ad Acerra sono stati spesi  € 383,53  pro capite per giochi d’azzardo (da “Il Sole 24 ore”), se la percezione che si ha della “politica” è portare a casa un proprio utile.

Sarà, forse, anche più fastidioso per gli Amministratori confrontarsi con la gente, per i Funzionari pubblici essere più impegnati a dare risposte al pubblico, per i le Forze dell’Ordine garantire l’esercizio pubblico delle opinioni ma – vi chiedo – è preferibile vivere in una famiglia dove c’è chi vive attaccato allo smartphone, chi si apparta davanti al televisore lasciando poi che qualcuno si sobbarchi l’onere di pensare a tutti o in una famiglia nella quale si discute (a volte anche animatamente) perché ci si sente parte di essa e si opera per il benessere comune?
Non un fiancheggiatore di terroristi ma un Commissario di P.S., ricordando la sua esperienza  professionale acerrana negli anni ‘70, in un suo libro di memorie scriveva con compiaciuta tenerezza di un gruppo di giovani «ben educati e vestiti con decoro, che spingevano a mano un carrettino sul quale raccoglievano oggetti di ogni genere, spesso di scarsissimo valore … Detto movimento quanto più cresceva e quanto più si rendeva visibile attraverso le varie lodevoli iniziative, tanto più veniva sottoposto a critiche ed avversioni … dalla criminalità organizzata e dalla “politica” più retriva, entrambe interessate, per motivi diversi ma coincidenti, al mantenimento dello status quo, nel cui torbido stagno lucrosamente pescavano».

Quell’uomo di legge non temeva né le manifestazioni pubbliche, spesso estemporanee, di quei giovani né le reazioni che esse provocavano. Era quella un’espressione sincera, autentica della vita pubblica, della democrazia.
L’altra sera, in piazza Castello, nell’attesa di quella manifestazione di pensiero, di civiltà a cui Lei, sig. Sindaco, è intervenuto tenendo fede alla parola data, tra i partecipanti, molti dei quali giovani, c’era un’aria dimessa, come se si stesse per compiere chissà quale atto di disturbo.
Da cittadino che non vuole arrendersi al chiuso dei muri di casa o ad una esperienza da “cincinnato”, mi permetto di rivolgermi a Voi che con competenze diverse curate la vita pubblica: favorite la libera espressione delle idee, il libero confronto di visioni politiche diverse! Facilitate soprattutto i giovani a esprimersi sui temi che la vita quotidiana impone alla comunità. Fate rivivere la “piazza”! Le pur legittime prescrizioni regolamentari non possono e non devono limitare l’esercizio di pensiero: è la politica a condizionare il diritto e la norma non il contrario. La democrazia è partecipazione; e la partecipazione fa crescere; fa crescere la coscienza della cittadinanza tra i giovani e con essi cresce l’intera comunità.

Prof. Gennaro Niola

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