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Il Duo Lettieri/ D’ Errico privatizza per quattro spiccioli strutture e impianti sportivi. Di Pasquale Marangio

Acerra. La concessione a privati della gestione dell’impianto sportivo “Arcoleo”, decisa dall’amministrazione comunale in cambio di quattro spiccioli all’anno, ha scatenato una comprensibile indignazione, purtroppo non ancora troppo diffusa. Un provvedimento che – per come è stato concepito – non risponde ad alcun interesse pubblico, un provvedimento che non si regge in piedi, soprattutto perché l’impianto è stato di recente riqualificato con un intervento comunale di oltre un milione di euro. Addirittura, sebbene sia già intervenuta la concessione, è stata deliberata, proprio nell’ultime ore, una ulteriore spesa per la realizzazione di una piccola tribuna. La partecipazione dei privati nella gestione dei beni pubblici deve corrispondere a precisi interessi generali, deve rispondere a motivate utilità pubbliche. Il Sindaco e la Giunta comunale hanno il dovere di esprimersi, soprattutto indicare con chiarezza le finalità, i motivi delle proprie decisioni.
Non hanno il diritto al silenzio.
Acerra è diventata una città dormitorio, per tanti versi una città fantasma, attraversata da profonde mutazioni sociali che la stanno rendendo irriconoscibile. L’impatto della desertificazione economica è di certo devastante, ma una consapevole azione amministrativa avrebbe dovuto mirare a consolidare almeno il tessuto sociale. Lo sport e la pratica sportiva, infatti, possono contribuire a saldare queste relazioni collettive, a mitigare gli effetti della disgregazione.
Lo sport, ad Acerra, proprio in questo contesto sociale, è stato “privatizzato”.
L’Arcoleo – si chiama così perché la proprietà fondiaria originaria era della famiglia di un medico romano che portava questo cognome – è stato realizzato negli anni ottanta proprio per sgravare lo Stadio Comunale dell’enorme carico a cui in quegli anni era sottoposto. Era una stagione nella quale fiorivano in ogni quartiere società sportive, non solo nel calcio giovanile, che sottraevano centinaia di ragazzi dalla strada, i quali, senza ghettizzazioni legate all’estrazione sociale, condividevano un’esperienza comune importante. L’amministrazione comunale del tempo, nel quadro di una espansione urbanistica tumultuosa della zona, interessata da una ampia lottizzazione, decise di realizzare, senza impegnare ingenti risorse finanziarie, questo impianto sportivo di secondo livello, nell’evidente tentativo di qualificare una parte del territorio e rispondere a questa particolare declinazione dell’interesse pubblico.
L’attuale azione comunale, invece, come dimostra la parallela vicenda del Parco pubblico di via George Sand, persegue – con pervicacia e caparbietà – la svendita del patrimonio pubblico, interessato tra l’altro, con evidente contraddizione e apparente schizofrenia, da nuovi e diversi investimenti. Bisogna opporsi a questa incomprensibile deriva chiamando alla mobilitazione l’insieme delle forze sociali, culturali e politiche che vogliano contrastare questa dichiarata privatizzazione del patrimonio comunale, che ha il sapore sgradevole del privilegio o l’aspetto degradante del clientelismo.
Pasquale Marangio

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