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“L’obiettivo del Sindaco era quello di produrre un condizionamento della vita democratica?”Di Pasquale Marangio

L’articolo non sarà breve e mi scuso fin da subito. Sono passati diversi giorni dall’assoluzione, ai sensi dell’articolo 129 (“in ogni stato e grado del processo, il giudice, il quale riconosce che il fatto non sussiste o che l’imputato non lo ha commesso o che il fatto non costituisce reato o non è previsto dalla legge come reato ovvero che il reato è estinto o che manca una condizione di procedibilità, lo dichiara di ufficio con sentenza”) del Codice di procedura penale, dell’on. Carmela Auriemma e dell’Avv. Paola Montesarchio, in un procedimento scaturito dalla querela presentata dal Segretario Generale del Comune di Acerra, Avv. Maria Piscopo, per un passaggio, ormai noto, in Consiglio Comunale sugli assetti dell’ente locale, determinati, in quella particolare stagione amministrativa, dalle scelte organizzative compiute dal Sindaco.

Gli aspetti processuali di questa storia, nel rispetto di tutte le parti e dell’esito, non rivestono a questo punto alcun interesse per la collettività. Gli addetti ai lavori o gli ordini professionali, a limite e se volessero, potrebbero partire dal caso per svolgere una interessante riflessione sull’esercizio dell’azione penale o sul funzionamento della giustizia in questo territorio, provando ad andare oltre alla logica degli eventi e della ritualità.

In realtà, è mancata finora, nella città dove il potere, per prassi consolidata, si esercita senza visione e il silenzio è, per scelta o necessità, il metodo della coalizione di maggioranza, una lettura “politica” di quella vicenda e di quei fatti che non possono essere ricondotti, per evidenti ragioni, alla sfera esclusivamente personale delle interessate o soltanto alla dimensione giudiziaria. Del resto, la vicenda e i fatti si svolsero in Consiglio Comunale per affrontare, nell’esercizio della funzione di vigilanza e controllo che grava sui consiglieri, stringenti problematiche di ordine amministrativo e istituzionale, riguardanti gli assetti del potere pubblico locale, le dinamiche e gli equilibri che dovevano caratterizzarlo nel pieno rispetto della legge.

Non era stato, infatti, un diverbio stradale. Sui contenuti della questione portata in Consiglio Comunale dall’intera opposizione adesso non è necessario ritornare più, perché è intervenuta, ponendo una parola definitiva e travolgente, una delibera dell’Autorità Nazionale Anticorruzione proprio sulla situazione specifica del Comune di Acerra. Ad essere chiamato in causa dalle sollecitazioni e dalle riflessioni avanzate dall’opposizione con l’ordine del giorno era, è sempre stato e non poteva che essere il Sindaco della città, il quale, attraverso il potere di assegnazione delle deleghe dirigenziali, aveva costruito una struttura organizzativa e un modello gestionale non aderente allo spirito e ai caratteri immaginati dalla legge per il funzionamento degli enti locali. In pratica, l’assorbimento del Segretario Comunale – indubbiamente capace, valido sul piano tecnico e lavorativamente instancabile – in compiti, sempre più significativi, di amministrazione attiva finiva con l’incidere sulle funzioni peculiari e proprie che la legge, lo Statuto e i regolamenti in generale gli assegnano. Nella sostanza e per nobilitare il contesto, il sindaco perseguiva, secondo grossolane modalità “artigianali” e di fatto, un disegno organizzativo riconducibile ad un improprio e incongruo modello di managerialità, come è possibile attuare invece nei comuni più grandi, nei quali la legge consente di prevedere la figura del Direttore Generale – in qualche caso insieme ad un Capo di Gabinetto – al quale viene assegnato il compito di provvedere ad attuare gli indirizzi e gli obiettivi stabiliti dagli organi di governo dell’ente, secondo le direttive impartite dal sindaco, con la funzione di sovrintendere alla gestione dell’ente, perseguendo livelli ottimali di efficacia ed efficienza. In questi comuni, il Segretario Comunale e il Direttore Generale coesistono, però nella distinzione di ruoli e poteri, che rendono chiaramente separata e distinguibile la funzione di amministrazione attiva dalla funzione di controllo interno. Non coincidono, non possono coincidere. La querela è per sua natura, un atto personalissimo. La finalità che si proponeva di raggiungere era, per la persona coinvolta, un legittimo bisogno di giustizia e soddisfazione per una presunta lesione all’immagine, all’onore e, in particolare, alla professionalità. Tuttavia, come era assolutamente e facilmente prevedibile, un atto così rilevante non poteva non produrre una serie di conseguenze ed avere effetti sul terreno, problematico e complesso allo stesso tempo, dei rapporti politici e istituzionali e, attraverso questi, sulla intera vita democratica della città. A questo punto, si deve sottolineare – visto che questa città smarrisce, tra opportunismi e convenienze, sempre la memoria – che il Sindaco e il Segretario Generale non parteciparono alla seduta del Consiglio Comunale. Il Sindaco, in effetti, aveva il dovere politico di confrontarsi, dare conto delle proprie scelte, difendere ed argomentare il proprio operato, svolgendo appropriate e motivate controdeduzioni rispetto ai rilievi mossi e alle obiezioni avanzate da tutta l’opposizione, non solo dalle due consigliere alla fine querelate. Invece, abbandonandosi ad una dannosa manifestazione di arroganza del potere, di delegittimazione del ruolo del Consiglio Comunale oltre che dell’opposizione, il Sindaco, con una architettata assenza, volutamente neanche giustificata, attribuì alla vicenda una piena connotazione politica, che finì per esporre il massimo vertice burocratico, invece di tutelarlo nell’interesse quantomeno dell’ente locale.

La ragione è semplice. Il Sindaco aveva chiaramente immaginato, da politico scaltro e cinico, che uno sbocco traumatico di quella conflittuale interlocuzione istituzionale avrebbe potuto produrre un condizionamento della vita democratica, alla vigilia peraltro di una stagione particolarmente significativa dal punto di vista amministrativo, nella quale sarebbero giunti a conclusione una serie di procedimenti, particolarmente attesi. Come spesso può accadere, la portata e le conseguenze di quel passaggio non furono attentamente vagliate dal mondo politico e istituzionale, dalla società civile e dalle organizzazioni collettive. Se il Sindaco si era mosso con lucida e furbesca consapevolezza, altri soggetti non considerarono in modo adeguato il grave condizionamento esercitato su due consiglieri comunali, le cui prerogative, che non si limitavano al momento collegiale del Consiglio, venivano condizionate, incidendo sul libero esercizio di una funzione democraticamente rappresentativa.Se la guerra non è che la continuazione della politica con altri mezzi, questione tornata di drammatica attualità nel Medioriente, non è affatto vero il pronunciamento contrario. Vale per la guerra, vale per il diritto, vale per tutto. Per questi motivi, la vicenda ha ancora una straordinaria attualità politica, da affrontare nella sede più appropriata, il Consiglio Comunale, soprattutto alla luce delle difficoltà gigantesche incontrate in quest’anno dal Comune di Acerra per trovare un Segretario Generale o l’insuperabile affanno nel costruire un’organizzazione comunale che sia e appaia efficiente, ispirata a principi di buon andamento, capace di valorizzare professionalità e competenze, esemplare sul piano della correttezza e dell’imparzialità. C’è sempre tempo per provare, quindi, a ridare alla politica la centralità necessaria.

Pasquale Marangio

 

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