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Lo storico presidente dell’Acerrana, Mario Esposito, contro l’eliminazione dello stadio comunale

Mario Esposito è stato Presidente dell’Acerrana degli anni d’oro, dal ‘78 al ’95. Durante quegli anni la squadra cittadina militò in categorie di alto livello: la vecchia quarta serie e l’interregionale, arrivando ad un passo dai tornei professionistici. Proprio allora arrivò l’ordinanza numero 73 del 1993: i commissari straordinari imposero la chiusura dello stadio per ammodernarlo, e i sogni di gloria della squadra subirono una battuta d’arresto. Lo storico Presidente, a 60 anni compiuti, racconta ai microfoni di Tablò cosa ha significato lo stadio comunale per l’Acerrana e per la città. Immagini di trovarsi davanti allo stadio comunale di Acerra, chiudere gli occhi, riaprirli e trovarsi davanti una villa comunale. Ad oggi sembra un’ipotesi probabile. Che reazione avrebbe? «Io ho lottato anche in prima persona per questo stadio, fin dal ‘93 quando la commissione straordinaria fece l’ordinanza di chiusura dello stadio, anche rischiando come imprenditore. Mi sono calmato quando hanno appaltato i lavori alla tribuna e hanno riaperto il campo. Abbiamo rischiato di essere relegati nelle serie minori a causa di quella mancanza, e il risultato è stato grandissimo. L’ufficio tecnico allora dormiva e fu necessario un grande lavoro di mediazione per avviare i lavori di ammodernamento». E la delibera che vuole sostituire lo stadio con un parco? «E’ una scelta scellerata. La storia non si cancella: è scritta nella memoria degli acerrani. Una persona che si è prodigata per regalare alla città una struttura sportiva. Acerra ha 54 km quadrati di territorio dove cercare nuovi posti. Anzi, lo stadio va ammodernato, gli va restituito il valore che altri prima di noi hanno creato in questa città. Io mi auguro che questi “uomini soli” al governo della città non prendano iniziative del genere riguardo lo stadio. Si devono confrontare con le persone, con chi ha operato nei settori in cui hanno intenzione di intervenire. Io quando sono entrato nel mondo del calcio ho iniziato ad apprendere dagli anziani che operavano in quel settore. Quei suggerimenti mi hanno fatto crescere e permesso di intervenire nei modi giusti: dai bagni inagibili alle reti di recinzione. Dalle piccole cose fino ai grandi interventi». Durante gli anni 80 l’Acerrana vantava un ottimo vivaio, che ha lanciato poi calciatori in serie B come D’Antò. «Non solo, abbiamo avuto anche elementi come Soviero il portiere che ha calcato campi di serie A, alcuni nel Palermo in serie B. In una città come Acerra si può pescare a piene mani per tirare fuori dei campioncini. All’epoca la legge imponeva un obbligo di lavorare con i settori giovanili, quindi oltre alla prima squadra avevano varie categorie giovanili. Abbiamo vinto un campionato nazionale di juniores e vincemmo il campionato di eccellenza campano: da quel punto in poi siamo a lungo rimasti in pianta stabile tra i campionati nazionali». Lei oggi viene ricordato come il miglior presidente dell’Acerrana Calcio. Perché un riconoscimento solo “postumo” del suo operato? «Credo di aver valorizzato molto anche ciò che si era prodotto prima di me. Elementi come Di Giovanni e Montella e tutti gli sportivi che mi hanno dato una mano mi hanno sempre dato grandi insegnamenti. Ho fatto tutta la gavetta e rispettando i passaggi obbligati. Mi sono documentato sui campi, sulle tecniche, facendo fruttare i nomi per migliorarmi, diventando un dirigente della federazione. Anche lì ho assorbito tutti gli insegnamenti come quelli di Giacinto che mi volle nel suo consiglio direttivo, confrontandomi con altre regioni e altre province. Grazie anche alle esperienze in giro per l’Italia siamo riusciti a creare ad Acerra quella vetrina per i giovani campioni acerrani appassionati al calcio». Lo stadio comunale di Acerra: cosa ti lega maggiormente a quella struttura? «Hai detto bene, quello è uno stadio. Molti lo chiamano “campo”, ma in verità un campo lo possiamo fare anche con due alberi in un cortile, mentre la struttura che abbiamo è uno stadio vero e proprio. Questa città ha avuto la fortuna di avere un amministratore come Ignazio Caruso, che all’epoca fece in modo che quel progetto fosse fatto ad Acerra e non altrove, regalando alla città un struttura di tutto rispetto, requisito essenziale per realizzare tutti i risultati che abbiamo conseguito negli anni d’oro dell’Acerrana Calcio. Un progetto realizzato dall’impresa Di Giovanni, che ci mise tanta passione e anche qualche fondo della propria ditta oltre a quelli del Coni. I lavori cominciarono nel ‘59 per poi essere ultimati nel ’62, quando l’acerrana ebbe la sfortuna di giocare la famosa partita Acerrana-Caivanese che ci costò la squalifica per un anno in seguito all’invasione di campo e all’intervento della polizia». Al suo completamento era uno stadio invidiato da altre città e paesi limitrofi che magari militavano anche in serie maggiori. «Il terreno di gioco non è quello che oggi abbiamo. All’epoca aveva una lunghezza e una larghezza che non aveva nemmeno Avellino. Poi le ristrutturazioni dei geometri comunali hanno stretto le fasce dello stadio, ma non mi è chiaro il perché di queste scelte scellerate. Quel campo veniva usato anche dal Napoli per degli allenamenti infrasettimanali. E c’erano anche giocatori dell’Acerrana che negli anni 60 si allenavano insieme al giocatori del Napoli e tutte le estati si tenevano partite di squadre nazionali. Quella struttura è stato un gioiellino: la rappresentativa nazionale veniva sul nostro campo a fare provini ed era un’occasione straordinaria per mettere in evidenza i giovani». E il campo di cacio Arcoleo? Si parla di farne la struttura principale sostitutiva allo stadio. «Quella è una mia creatura: nell’82 ci fu un progetto per quel campo, ma nessuno sapeva nulla né del nome né dell’allocazione. Avevamo fatto tutto, ma poi l’incuria politica lo usò come deposito per rimanenze di maestranze. Scavando lì sotto trovarono spogliatoi e campo già realizzato. Ne vado fiero, ma è una struttura sportiva che può servire per lavori infrasettimanali. In uno stadio non puoi accavallare allenamenti che deteriorano il terreno di gioco. Arcoleo non potrà mai sostituire lo stadio comunale, pur essendo un perfetto terreno di gioco parallelo per non affaticare quello dello stadio». Occorrerebbero altre strutture come l’Arcoleo nella nostra città? «Non solo, ma anche palestre. Un giocatore prima di portarlo al campo va portato in palestra e in strutture di riabilitazione sportiva. Ricordo un mio ragazzo che aveva un polmone fuori sede, e dovetti mandarlo fuori città per farlo mettere a posto. Schiavone ha poi militato in quarta serie dando grandi soddisfazioni fino alla serie C con il Potenza. Una città è tale quando ha le strutture: sanitarie, sportive, per il tempo libero. Su questo territorio di 60mila abitanti vanno aggiornate le infrastrutture, che sono ancora quelle di quando eravamo 25mila».

Stefano Petrella – Carla Panico

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